C'è stato un momento, molti anni fa, in cui mi sono resa conto che le parole non mi bastavano più.
Esercitavo il Counseling da tempo, ascoltavo le persone, le aiutavo a mettere in ordine pensieri ed emozioni. Ed era un lavoro prezioso. Ma sentivo che qualcosa restava fuori. Vedevo persone capire perfettamente, con la testa, perché si comportavano in un certo modo nelle relazioni — e poi tornare a farlo comunque, la settimana dopo. Come se la comprensione, da sola, non riuscisse ad attraversare la pelle.
E quel problema, prima di vederlo negli altri, l'ho vissuto io stessa. Anche io capivo tutto, a livello di testa: le dinamiche, le origini, i meccanismi. Eppure quella comprensione non bastava a portare un vero cambiamento. Nella mia vita continuavo a ripetere gli stessi schemi, nonostante avessi già tutte le chiavi di lettura per riconoscerli.
Il corpo custodisce cose che la mente da sola non raggiunge. Le tensioni che ci portiamo dietro da anni, le paure che si sono depositate nei muscoli prima ancora che nei pensieri, ma anche — ed è la parte che amo di più — la capacità che abbiamo tutti di sentirci pienamente vivi, se solo ci diamo il permesso di farlo.
È così che sono arrivata allo Shivaismo del Kashmir. Non l'ho cercato come tecnica da aggiungere al mio lavoro: l'ho cercato per me stessa, per rispondere a un'esigenza che sentivo dentro, prima ancora di pensare al mio lavoro con le persone. Solo dopo averne visto i risultati sulla mia pelle, ho iniziato a integrarlo nel mio percorso di Counseling.
Questa tradizione mi ha dato uno spazio dove il movimento, il respiro, il contatto consapevole con l'altro diventano strumenti di conoscenza tanto quanto le parole. Non c'è nulla di esotico o di distante in questo: è semplicemente tornare a considerare la persona nella sua interezza, invece di lavorare solo sulla parte che sa parlare.
Da questo incontro è nato il mio metodo, che ormai porto avanti da quindici anni, e che ho costruito attorno a quattro pilastri: il linguaggio del corpo, la presenza, la comunicazione empatica, l'alchimia energetica — la capacità cioè di trasformare le emozioni più difficili invece di scacciarle o di esserne travolti. E soprattutto la sinergia tra il Maschile e il Femminile, dentro e fuori di noi, l'occasione di trasformare gli opposti in energie complementari.
Ogni volta che in un seminario vedo qualcuno abbassare la guardia, lasciare che il corpo si muova senza controllo, e poi — magari per la prima volta in anni — lasciarsi abbracciare, capisco che quella persona ha toccato qualcosa che nessuna conversazione avrebbe potuto raggiungere da sola. Ci sono persone che arrivano che a malapena riescono a stringere una mano, che non hanno la serenità per entrare in un contatto, anche solo un abbraccio. E vederle, poco a poco, ritrovare quella fiducia nel corpo, è una delle cose più belle che questo lavoro mi regala.
È per questo che continuo a proporre questa unione, nella scuola e nei seminari che conduco: perché ho visto, tante volte, cosa succede quando la mente e il corpo tornano finalmente a parlarsi.
Alessandra Lops
Per anni ho aiutato le persone a comprendere le proprie dinamiche relazionali, ma vedevo che la sola testa non bastava per cambiare davvero: le nostre tensioni e paure più profonde abitano la pelle e i muscoli, dove le parole da sole non arrivano. In questo articolo vi racconto perché ho scelto di unire il Counseling allo Shivaismo tantrico del Kashmir e come è nato il mio metodo. Attraverso il respiro, la presenza, la comunicazione empatica e l'alchimia energetica tra Maschile e Femminile, vi porto a scoprire cosa succede quando la mente e il corpo tornano finalmente a parlarsi e a fidarsi l'uno dell'altro.
C'è stato un momento, molti anni fa, in cui mi sono resa conto che le parole non mi bastavano più.
Esercitavo il Counseling da tempo, ascoltavo le persone, le aiutavo a mettere in ordine pensieri ed emozioni. Ed era un lavoro prezioso. Ma sentivo che qualcosa restava fuori. Vedevo persone capire perfettamente, con la testa, perché si comportavano in un certo modo nelle relazioni — e poi tornare a farlo comunque, la settimana dopo. Come se la comprensione, da sola, non riuscisse ad attraversare la pelle.
E quel problema, prima di vederlo negli altri, l'ho vissuto io stessa. Anche io capivo tutto, a livello di testa: le dinamiche, le origini, i meccanismi. Eppure quella comprensione non bastava a portare un vero cambiamento. Nella mia vita continuavo a ripetere gli stessi schemi, nonostante avessi già tutte le chiavi di lettura per riconoscerli.
Il corpo custodisce cose che la mente da sola non raggiunge. Le tensioni che ci portiamo dietro da anni, le paure che si sono depositate nei muscoli prima ancora che nei pensieri, ma anche — ed è la parte che amo di più — la capacità che abbiamo tutti di sentirci pienamente vivi, se solo ci diamo il permesso di farlo.
È così che sono arrivata allo Shivaismo del Kashmir. Non l'ho cercato come tecnica da aggiungere al mio lavoro: l'ho cercato per me stessa, per rispondere a un'esigenza che sentivo dentro, prima ancora di pensare al mio lavoro con le persone. Solo dopo averne visto i risultati sulla mia pelle, ho iniziato a integrarlo nel mio percorso di Counseling.
Questa tradizione mi ha dato uno spazio dove il movimento, il respiro, il contatto consapevole con l'altro diventano strumenti di conoscenza tanto quanto le parole. Non c'è nulla di esotico o di distante in questo: è semplicemente tornare a considerare la persona nella sua interezza, invece di lavorare solo sulla parte che sa parlare.
Da questo incontro è nato il mio metodo, che ormai porto avanti da quindici anni, e che ho costruito attorno a quattro pilastri: il linguaggio del corpo, la presenza, la comunicazione empatica, l'alchimia energetica — la capacità cioè di trasformare le emozioni più difficili invece di scacciarle o di esserne travolti. E soprattutto la sinergia tra il Maschile e il Femminile, dentro e fuori di noi, l'occasione di trasformare gli opposti in energie complementari.
Ogni volta che in un seminario vedo qualcuno abbassare la guardia, lasciare che il corpo si muova senza controllo, e poi — magari per la prima volta in anni — lasciarsi abbracciare, capisco che quella persona ha toccato qualcosa che nessuna conversazione avrebbe potuto raggiungere da sola. Ci sono persone che arrivano che a malapena riescono a stringere una mano, che non hanno la serenità per entrare in un contatto, anche solo un abbraccio. E vederle, poco a poco, ritrovare quella fiducia nel corpo, è una delle cose più belle che questo lavoro mi regala.
È per questo che continuo a proporre questa unione, nella scuola e nei seminari che conduco: perché ho visto, tante volte, cosa succede quando la mente e il corpo tornano finalmente a parlarsi.
Alessandra Lops
